Manolo, il Capitano cresciuto al San Vito: “Sogno il Cosenza in B”

Fonte: Lega Pro Blog
Lega Pro Blog incontra Manolo Mosciaro, attaccante, capitano e simbolo della Nuova Cosenza, vice-capolista del girone B di Seconda Divisione.
I gol “nascono” nella tribuna B dello stadio San Vito dove un ragazzino di 7 anni vede segnare “un capellone” di nome Nappi. Lì nasce la passione, per il Cosenza e per il calcio. Venti anni dopo quel ragazzino si è caricato una squadra, la sua, sulle spalle. L’ha riportata in Lega Pro e non vuole fermarsi, nonostante la scaramanzie di papà…
Lo chiami, ti stupisce una volta di più per disponibilità e cortesia, lasciandoti di stucco. D’altronde è abituato a farlo con le difese avversarie, lui che si aggira con la patente da “macchina da gol” in quella Lega Pro che si è ripreso di forza e a suon di reti con il suo Cosenza. Manolo Mosciaro ne è il simbolo. Perché fa l’attaccante, il ruolo che ti dà più visibilità. Perché fa gol, per la precisione 56 in due anni e mezzo. Mettici poi, ed è l’ingrediente essenziale, che sul bicipite possente porta la fascia da capitano, esibendola impettito nella sua città, per la squadra che gli ha dato una fede, per la gente che riconosce in lui la motrice dell’ennesima rinascita del calcio rossoblù. Quella definitiva, si spera, dopo anni bui, salite e ruzzoloni. Illusioni finite nel dirupo.
L’AMBIZIONE – Acqua passata. Ora sgorga vigoroso un fiume nuovo, svezzato nella palude della serie D ed esondato fino alla “piena” dal ritorno della Nuova Cosenza in Lega Pro. Progetto nuovo, promozione, secondo posto nell’attuale girone B di Seconda Divisione. Che fino a qualche ora fa era primato, poi vanificato dal pari interno con il Chieti. Non è una tragedia. Non può esserlo perché il motore è potente (cavalli di razza e nocchiero con le idee chiare) e il Gran Premio di quest’anno, regolamento alla mano, assegna il salto di categoria nella costruenda Lega Pro unica a tre gironi classificandosi “semplicemente” tra le prime otto. Ma a Manolo non ditelo. O comunque ditelo sotto voce perché gareggiare per l’obiettivo minimo non gli piace. Vuole vincerlo il campionato. E devi guardarlo negli occhi per capire ciò che va oltre le parole. “È chiaro che ci farebbe piacere vincere il campionato perché arrivare davanti a tutti è sempre un motivo di grande orgoglio. Domenica, purtroppo, non siamo riusciti a ottenere la vittoria, ma sono convinto che alla fine anche questo punto ottenuto contro il Chieti risulterà importante. E lo è anche per il morale”.
Gli chiedo, profittando della disponibilità e di una invidiabile apertura mentale (non ho sentito un luogo comune o la classica banalità da questo ragazzotto classe ’85 di 185cm), quale avversario finora lo abbia colpito maggiormente: “Ci sono diverse squadre attrezzate ma se devo farti un nome ti indico il Sorrento. Contro di noi ha giocato un’ottima partita e mi è rimasto impresso per la qualità del gioco”.
LA PROMESSA – Torniamo al “suo” Cosenza. Anzi, alla sua Cosenza. Che arriva da una storia recente tribolata e qualche fallimento di troppo. Questo può essere il progetto vincente? “Certo che sì. Mettici poi che di mezzo c’è il centenario. È normale che la società, la cui gestione equilibrata spicca come priorità assoluta, debba e voglia fare uno sforzo in più. Quest’anno le cose stanno andando per il verso giusto. Manteniamo questa costanza, questa voglia di fare e ci toglieremo delle soddisfazioni. Dobbiamo farlo anche perché negli ultimi anni ci sono stati diversi fallimenti a Cosenza e questo pubblico merita qualcosa di importante dopo tante delusioni”.
COSENZA MODELLO SPAGNA – Già, i risultati. Quelli stanno arrivando. La classifica parla che è una bellezza, e la gradevole sorpresa è che alla logica del risultato finale si accompagna pure il bel gioco. “Vero, penso sia il nostro punto di forza. Il concetto dal quale partiamo è semplice: non buttare mai via la palla, lavorarla, arrivare e colpire dall’altra parte del campo. Tutto nasce dallo spirito di questo straordinario collettivo. Ci aiutiamo l’un l’altro, abbiamo tante fame e umiltà. Sappiamo anche di avere dei limiti. Uno su tutti: spesso sbagliamo gli approcci alle gare e non va bene. Ma stiamo lavorando anche su questo”.
QUELLO DELLA TRIBUNA “B” E IL RICORDO DEL CAPELLONE – Manolo Mosciaro tifa Cosenza. Si è capito e non può essere altrimenti. Dubbi non puoi averne. Da quelle parti il legame col territorio è forte e la tua seconda casa è il San Vito. Lì dove ora gioca Manolo, lì dove anni fa l’attaccante silano andava a tifare col papà che oggi, invece, la partita non la segue. C’è il figlio, non regge l’emozione. E soprattutto è scaramantico. “Papà non viene più allo stadio per scaramanzia, è vero, ma è stato lui il primo a portarmi al campo. La sua assenza è, però, ampiamente ricompensata. Tra moglie, fratelli e parenti mi seguono almeno in tredici. Suocera compresa”. Ma torniamo al papà, cuore rossoblù. La domanda mi esce spontanea, evoca ricordi belli, lontani, per nulla cancellati. Mosciaro ti dice tutto per filo e per segno. Fruga nello stanzino degli “untouchables” e pesca la sua prima partita al San Vito da spettatore: “Avevo sette anni, Cosenza-Spal (serie B 92/93, 3-1 per i silani, ndr). Mi ricordo che per loro segnò Nappi. Ho ancora nitida l’immagine di questo attaccante capellone. Ero in Tribuna B”. Te lo dice emozionato, sincero e orgoglioso. Bei tempi. Il sorriso ti esce da solo.
I SACRIFICI – I sorrisi, a valanga. Ma per diventare ciò che oggi è Manolo Mosciaro ha sudato le proverbiali sette camicie e forse pure qualcosa in più. Va via di casa a 16 anni. “Ho provato al Chievo Verona, ho fatto bene ed era pronto il contratto. Poi c’è stato qualche problema, non se ne è fatto nulla e sono tornato ad un’ora da casa, a Castrovillari. La mia gavetta è cominciata lì. Sono giovanissimo, divento titolare precoce e segno pure 4 gol. Mi notano. Lo fanno il presidente Ruggeri e il direttore Soda”. Fanno bene e vedono meglio perché l’anno dopo Mosciaro vince il campionato di D con la Sanremese. Poi è tutto un vagare in Lega Pro, con la solita costante: il gol.
UNA B RIFIUTATA… – Ci sono pure i momenti brutti: “All’epoca dell’esperienza a Pisa ho visto cose che non mi andavano giù, non mi sono trovato bene con qualche allenatore che mi aveva fatto passare anche la voglia di giocare a calcio”. La passione, però, è troppo forte. Come lui, che tira dritto e si prende le sue rivincite. Che vanno oltre la categoria, i soldi, la chance di calcare il terreno cadetto. Il Grosseto gli mette gli occhi addosso. E pure la penna per firmare un contratto in B. È praticamente fatta ma Manolo Mosciaro sente il richiamo della sua Cosenza. È un vocio flebile, arriva da lontanissimo. La sua squadra del cuore è affogata per l’ennesima volta. È in serie D. L’allora tecnico Patania lo definisce affettuosamente “un pazzo”. Dalla B alla D, poco importa. Lui va a riprendersi il Cosenza e lo tira su di forza. Una macchina da guerra: 56 gol in due anni e mezzo e riecco i silani in Lega Pro. Per il cosentino doc, che veste pure la fascia da capitano, è orgoglio cristallizzato. “Insieme ai compagni sono riuscito a riportare il Cosenza fin qua. Ho il morale a mille anche se in questo campionato ho segnato solo tre gol. Voglio arrivare a 5-6 entro la fine del girone di andata. La pazzia del contratto stracciato? Può essere, ma sono contento di averlo fatto e la mia scelta ora è premiata. Questa fascia al braccio, poi, è il massimo. Mi dà responsabilità, ma anche la possibilità di crescere ancora”.
…UNA NEL CASSETTO – Crescere. Per andare dove? Chiudi il faccia a faccia con questo punto di domanda, aspettandoti il classico “farò il massimo”. Ma l’interlocutore si è dimostrato poco diplomatico, molto diretto e spontaneo. E ti spiazza, di nuovo. “Dopo la fascia sogno di prendermi un’altra cosa con il Cosenza. Vorrei la serie B con la squadra della mia città. E magari un giorno, a fine carriera – ma non fatemi pensare perché già mi viene la nostalgia degli scarpini- intraprendere la carriera da allenatore”.
Bei progetti per uno che i suoi sogni in parte li ha già realizzati. Un ottimo viatico. Quello della “Tribuna B” si prende una cosa alla volta. E vuole tutto.
Fonte: Lega Pro Blog