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Stefano Rodotà e la sua Cosenza

Stefano Rodotà e la sua Cosenza

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Il “lancio” della notizia riguardante la fede calcistica rossoblu di Stefano Rodotà, il giurista cosentino in lizza per essere eletto nuovo presidente della Repubblica, ha fatto impazzire centinaia e centinaia di cosentini, sia quelli residenti in città e in provincia ma soprattutto quelli che risiedono fuori città e addirittura all’estero. 

La “cosentinità”, quella autentica e genuina, che contagia tutti magari al grido di “Lupi Lupi” è esplosa nella migliore maniera possibile. 

Giusto per rinfrescare la memoria, intervistato da Dino Martirano del Corriere della Sera, Rodotà ieri sera ha fatto presente che non si sarebbe perso la semifinale di Coppa Italia tra Inter e Roma. «Guardi, io ora mi vedo la partita perché sono un grande appassionato di calcio». E quando il cronista gli ha chiesto: Roma o Inter? Lui ha risposto così: «Tifo per il Cosenza, che però milita in serie D girone I…». 

Stefano Rodotà è rimasto a Cosenza dalla nascita (1933) fino alla fine dei suoi studi al Liceo Classico Telesio e quindi fino all’inizio degli anni Cinquanta. Già a quell’epoca, da ragazzo, era un appassionato di calcio e frequentava il “Città di Cosenza” di via Roma proprio all’epoca in cui il Cosenza di Mosele contendeva la Serie B al Messina nel campionato 1949-50. 

E’ mancato per molti anni dalla nostra città ma ha ripreso a riviverla e a frequentarla dalla fine degli anni Settanta, quando è stato eletto parlamentare e così ha “scoperto” il San Vito, tifando per i Lupi di Sonetti nel 1980 ma soprattutto per i Lupi di Gianni Di Marzio, di Bruno Giorgi e di Edy Reja a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Poi il suo rapporto con Cosenza si è nuovamente diradato ma la sua fede rossoblu non solo è rimasta intatta ma viene giustamente rivendicata quando qualcuno gli chiede per chi tifa.

Recentemente gli hanno chiesto se l’essere nato in Calabria gli ha dato una particolare sensibilità nei confronti della “questione meridionale”. Ha risposto così. 

“Mi dà sensibilità ma anche senso di responsabilità. Io sono andato via da Cosenza a diciotto anni con la ferma intenzione di non tornarci mai più. In verità ci sono tornato come parlamentare. Ma non ho mai pensato che sarei riuscito a saldare il mio debito con la mia città. Il precariato e la disoccupazione soprattutto quella femminile e giovanile sono i grandi buchi neri del Sud. E’lì che sento la responsabilità”. 

E poi il ricordo della passione politica. “A Cosenza si svolse il congresso che segnò la fine del Partito d’Azione. Mio padre era un umile insegnante di matematica ma per casa nostra passavano uomini del calibro di Lombardi e La Malfa. E poi Cosenza era segnata da due grandi personaggi: Giacomo Mancini, socialista e Gullo. Comizi in piazza, passione politica, polemiche. Cosenza era una capitale avanzata della sinistra”. 

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