
Roberto Cappellacci ama definirsi uno spirito libero in panchina. Un allenatore lo era già da giocatore, centrocampista d’ordine di grande sagacia tattica. Una carriera soddisfacente chiusa per intraprenderne un’altra più difficile. Ma sempre a modo suo, forse in maniera anticonformista, di certo senza vincoli.
Cappellacci, perché dice spesso: “Non giudicatemi dalle apparenze”?
«Qualcuno valuta anomalo il mio look e quindi mi dispiacerebbe che mi si giudicasse solo per l’apparenza e non per il lavoro che svolgo».
Da allenatore, è passato subito tra i professionisti, senza fare la gavetta.
«Sotto questo punto di vista mi ritengo fortunato. Tanto più perché non sono mai stato legato al carro dei procuratori».
Mai avuto un procuratore?
«Uno solo, giusto il tempo per capire che dovevo toglierlo subito».
Questo suo spirito libero da dove nasce?
«Non mi piace dipendere da nessuno. Ragiono con la mia testa e difendo le mie idee».
Cappellacci allenatore a chi si ispira?
«A me piacerebbe avere le capacità di sdrammatizzare e di tenere unito lo spogliatoio che hanno fatto grande Rumignani (ex calciatore del Cosenza negli anni Sessanta, ndr). Ma è praticamente impossibile, perché lui è un fuoriclasse. Ma ho avuto tanti allenatori e in ognuno di loro ho cercato di capire pregi e difetti».
Il calcio per Cappellacci cosa rappresenta?
«Il modo con il quale sono arrivato a 46 anni con una certa posizione e divertendomi».
Qual è la differenza tra il ragionare da giocatore e il ragionare da allenatore?
«Se ragioni da giocatore pensi solo a te stesso, ad allenarti e a rendere al meglio. Se ragioni da allenatore, ti preoccupi di tutti e di tutto. Anche di quelle componenti che ruotano attorno al campo».
Lei a Tortoreto ha aperto un ristorante chiamato “Mo Bast”, perché?
«Sono parole senza senso per non dare un nome normale al locale…».
A chi vorrebbe dire “Mo Bast” nel mondo del calcio?
«Nel mio piccolo, a tutti coloro i quali fanno calcio fidandosi di ladri e ruffiani. Più in generale, a tutti quelli che esasperano il movimento. Basterebbe mettere da parte un po’ di interessi economici per riscoprire il gusto di un calcio libero e genuino».
Qual è la sua idea di calcio?
«Ognuno possiede una sua linea base, una visione personale dal calcio da cui cercare di partire. A me piace costruire una squadra che possa centrare i risultati attraverso il gioco: è un qualcosa che ti gratifica. Ovviamente bisogna poi adattarsi alla rosa che ti ritrovi a disposizione».